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Smart working: come cambia il mondo del lavoro (e non solo)

smart working in campagna

Lo stato di emergenza causato dalla pandemia di Covid-19 dovrebbe aver termine il prossimo 31 marzo. Tornerà quindi in vigore la regolamentazione sul lavoro agile, o smart working, fissata dalla legge 81/2017: per attivarlo servirà un accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente, che ne disciplini la durata, gli strumenti, le modalità, il diritto alla disconnessione. La normativa scaturita dall’emergenza aveva soppresso questo passaggio: da aprile capiremo se la scelta dello smart working è davvero irreversibile.

Vediamo quindi a che punto siamo oggi, quanto è diffuso nel nostro Paese il lavoro a distanza, come ha influenzato le abitudini e la logistica delle imprese.

Il settore pubblico

Partiamo dal settore pubblico. L’art 87 del D.L. 18/2020 (L. 27/2020) ha definito il lavoro agile come “modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”.

L’art.1 del D.L. 56/2021 ha mantenuto questa impostazione, permettendo la flessibilità giornaliera e settimanale dell’orario di lavoro fino alla fine dell’anno, purché i servizi ai cittadini conservassero regolarità, continuità ed efficienza. In realtà, a metà ottobre 2021 è entrato in vigore il DPCM firmato il 23 settembre, che ha reintrodotto la modalità in presenza per tutta la pubblica amministrazione, salvo casi particolari e fatte salve le dovute misure di contenimento della pandemia. La decisione è stata motivata con la necessità di garantire la massima operatività della PA nel momento in cui partivano le iniziative previste dal PNRR.

Però il lavoro agile nella PA resta problematico: il ministro Brunetta lo ha duramente criticato in un recente intervento a Skytg24, accusando gli operatori a distanza di “far finta di lavorare”. I sindacati si sono ribellati di fronte a queste affermazioni e comunque a dicembre 2021 proprio il ministro ha concluso con le parti sociali l’accordo sulle Linee Guida per il lavoro agile.

lavoro a distanza

Insomma, nella PA lo smart working non sembra destinato a scomparire.

Il settore privato

Anche nel settore privato il 7 dicembre 2021 il ministro del Lavoro Orlando ha trovato l’accordo coi sindacati sul “Protocollo nazionale sul lavoro in modalità ‘agile’”, che si avvicina molto alle Linee Guida della PA. Viene garantita la volontarietà già stabilita dalla legge 81/2017: i tempi però sono cambiati e oggi molti vedono lo smart working come uno strumento utile per organizzare la propria vita in modo più soddisfacente.

smart working

Se prima della pandemia lavorava da remoto l’11% degli occupati, circa due milioni e mezzo di persone, nel 2020, in pieno lockdown, era diventato il 39,8%, quasi nove milioni. Nel secondo trimestre 2021, l’indagine realizzata da INAPP (ex ISFOL) ne calcola il numero in poco più di sette milioni, ovvero il 32,5% dei lavoratori. Di questi, la metà ha usufruito del lavoro da remoto da tre a cinque giorni la settimana, secondo la modalità “mista” oggi prevalente.


Quanto al gradimento, quasi il 55% dei lavoratori delle imprese private ha dichiarato di preferire la modalità in presenza: nei rimanenti prevale l’interesse per il modello a due (14,7%) o tre – cinque giorni (13,6%). Da notare che per le donne la percentuale è più bassa di circa due punti per il lavoro in presenza (52,5%), e si alza di altrettanto per il modello con due oppure con più di cinque giorni a distanza: probabilmente chi ha figli da gestire riesce così a organizzare meglio impegni professionali e familiari.

Nell’accesso allo smart working è emersa una sensibile differenza numerica tra i lavoratori con titolo di studio elevato, laurea o post-laurea, e quelli con una scolarizzazione inferiore: tra i primi la percentuale si è attestata al 54,5%, contro il 14,6% di coloro che hanno solo la licenza media. Evidentemente è più probabile che chi possiede una formazione superiore svolga mansioni compatibili col lavoro da remoto.

Il rapporto ha anche indagato vantaggi e svantaggi riscontrati nello smart working: tra i primi appare la migliore conciliazione degli impegni del lavoro con quelli della vita privata, tra i secondi i costi sostenuti per la connessione, l’isolamento, la difficoltà a confrontarsi con i colleghi.

Quanto alla disponibilità a trasferirsi, nel caso di smart working, in luoghi più “vivibili” dal punto di vista economico o ambientale, un terzo degli occupati ha risposto positivamente; un quinto si è persino dichiarato disposto a percepire uno stipendio più basso in cambio di una vita lavorativa meno stressante.

Le conseguenze sulla vita quotidiana

Nell’avveniristica Diamond Tower di Milano, Unicredit e Bnp Paribas cercano coinquilini, vista la diminuita necessità di spazi causata dal lavoro agile. Sempre a Milano molti uffici si spostano in periferia, sia per la disponibilità di ambienti più adatti al distanziamento o dotati di una migliore connettività, sia per i costi decisamente più accessibili: se nel centro città si raggiungono i 550 euro al mq/anno, in periferia si trovano affitti compresi tra 140 e 240 euro.

Gli effetti dello smart working sullo svuotamento del centro di Milano sono stati discussi a fine gennaio all’interno del “Patto per il lavoro” tra l’assessora Cappello e le parti interessate, commercianti, imprenditori e sindacati. Di fronte alla prospettiva di lavoro misto, parte a distanza e parte in presenza, che può danneggiare molte attività di servizio e ristorazione, il piano è incentivare il rientro in ufficio attraverso iniziative di welfare per i dipendenti.

coworking

E, visto che nelle case private non sempre ci sono gli strumenti adeguati per la connessione, stanno diventando disponibili spazi di coworking per i dipendenti che lavorano da remoto, forniti di tutto il necessario e più raggiungibili per i pendolari.

Insomma, i cambiamenti introdotti forzatamente dalla pandemia sembra che possano aprire spazi a una nuova flessibilità.

Non a caso, già dal 2020, di fronte al lockdown che svuotava alberghi e residence, c’era chi si attrezzava per trasformare bed & breakfast o altre strutture ricettive in luoghi dove lavorare in sicurezza, godendo anche dei vantaggi del piccolo centro, del mare, della montagna o della città d’arte. 

Sono sorti portali specializzati; sindaci di comuni a rischio di abbandono sull’Appennino, come Santa Fiora sul monte Amiata, o di cittadine poco frequentate in bassa stagione, come Otranto, hanno avviato iniziative per accogliere lavoratori in smart working.

In questa prospettiva, le imprese devono dotarsi di strumenti digitali per la gestione del personale. La piattaforma HR-Assistant fornisce moduli di ogni tipo, rilevazione presenze, trasferte e note spese,  rendicontazione, feedback continuo, valutazione del personale: l’ufficio si fa virtuale e i lavoratori possono continuare ad operare in piena efficienza da qualunque luogo si trovino.

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