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Non solo “smart” working

Lavoro a distanza nel mondo

Il lavoro a distanza ha visto uno straordinario sviluppo nella fase di emergenza determinata dalla pandemia di Covid 19. Nell’immaginario comune sono entrati termini come smart working, telelavoro, lavoro agile: tuttavia essi non sono affatto sinonimi e corrispondono a realtà differenti.

Infatti molti lavori a distanza non sono per niente “smart”…

Il nuovo “lavoro a cottimo”

La relazione 2022 di Sebastiano Fadda, presidente dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), evidenzia la specifica natura dello  smart working,  che usa le nuove tecnologie come strumento di una differente organizzazione del lavoro: non rientrano quindi in questa definizione moltissime attività svolte attraverso piattaforma digitale.

Il “lavoro su piattaforma” è stato oggetto di un’approfondita indagine tra marzo e luglio 2021 (indagine Inapp-Plus). Esso impiega in Italia più di 570.000 lavoratori, cioè l’1,3 della popolazione tra i 18 e i 74 anni. Due terzi di questi lavorano per servizi location based, ovvero legati ad un’area geografica specifica, il restante terzo opera soltanto sul web.

I maggiori problemi sono il basso livello retributivo e la precarietà: per quasi la metà dei lavoratori maschi e per il 67% delle donne la definizione dei compensi è legata alla consegna della singola attività. Solo l’11% ha un contratto di lavoro subordinato, mentre il 31% viene ingaggiato di volta in volta senza garanzie di continuità.

lavoratore "rider"
licenza Pixabay

In un certo senso stiamo quindi parlando di cottimo e caporalato in versione “digitale”: la prestazione viene valutata da un algoritmo che può “decidere” di disconnettere il lavoratore trasferendolo ad incarichi di minor valore.

L’urgenza di un assetto giuridico chiaro per queste prestazioni nasce anche dal fatto che i lavoratori appartengono principalmente alla fascia 30-50 anni, nella quale è particolarmente importante trovare sicurezza e stabilità economica.

In Italia il D.L.101/2019 ha modificato il Dlgs.81/2015, introducendo norme specifiche che riguardano i platform workers e in particolare i riders, in rapida crescita negli ultimi anni. Ma è difficile individuare un criterio preciso per definire se l’attività sia etero-organizzata oppure autonoma, il che è strettamente legato alle caratteristiche e alle modalità della mansione.

Allarghiamo la prospettiva: l’Europa

In Europa si stimano 28,3 milioni di platform workers, che lavorano per più di 500 piattaforme digitali: il loro numero potrebbe raggiungere i 43 milioni entro il 2025. Il settore è in rapida crescita, tanto che i ricavi si sono quintuplicati tra il 2016 e il 2020 e raggiungono ora i 20,3 miliardi di euro.

call center
licenza Pixabay

Questi lavoratori sono per lo più giovani e le loro condizioni lavorative disomogenee. La prestazione può essere “location based” o “web-based”: nella prima tipologia rientrano ad esempio l’ordinazione e la consegna di prodotti alimentari in una determinata area geografica, nella seconda i servizi di traduzione. I committenti possono essere sia grandi società sia start-up locali, operanti nei più svariati settori economici. Inoltre il 59% dei platform workers sono impiegati in servizi “transfrontalieri”, ovvero risiedono in un altro Paese rispetto a quello dove viene erogato il servizio: più della metà di loro riceve un salario inferiore a quanto previsto nel suo Paese per la stessa occupazione.

Le piattaforme sono concentrate soprattutto nei Paesi europei sud-occidentali:  Germania, Spagna, Francia, Italia e Paesi Bassi. Il 77% sono europee, seguono quelle statunitensi e britanniche: la Francia  guida la classifica, l’Italia occupa il sesto posto.  

Infine, oltre il 90% dei platform workers è inquadrato come lavoratore autonomo, il che non necessariamente corrisponde alla sua condizione effettiva.

I Paesi UE hanno messo in atto iniziative nazionali per inquadrare questo tipo di prestazioni lavorative. Per conseguire una maggiore omogeneità di trattamento, l’UE ha emanato a dicembre 2021 una Proposta di Direttiva Comunitaria, con l’obiettivo di determinare correttamente la condizione giuridica dei lavoratori e di regolamentare la gestione algoritmica delle piattaforme.

E nel mondo?

Nel gennaio 2019, prima della pandemia che ha fatto esplodere il web, Deloitte ha dedicato un’analisi all’“ascesa dell’economia delle piattaforme”. In essa si afferma che la platform economy ha creato una relazione tra tre elementi, piattaforma, lavoratore e cliente, inedita nel lavoro tradizionale. Il valore non sta infatti nel creare prodotti o servizi da vendere, ma nella connessione creata nel web attraverso la piattaforma.

lavoro a distanza
licenza Pixabay

I problemi conseguenti sono vari, come la sicurezza, l’igiene, la tassazione, la tutela dei diritti e degli interessi dei lavoratori. A chi richiede nuovi interventi legislativi o almeno un adattamento del quadro normativo esistente, i sostenitori della platform economy dicono che il sistema fornisce un’autoregolazione implicita, grazie alle recensioni dei clienti che forniscono un feedback immediato sul servizio. Ammesso e non concesso che queste recensioni siano realmente affidabili, di certo non risolvono i problemi legati alle condizioni dei lavoratori.

Il rapporto dell’ILO (International Labour Organization), presentato all’Employment Working Group durante il G20 del 2021, sottolinea la rapida proliferazione delle piattaforme digitali nell’ultimo decennio: pur apprezzando i loro vantaggi nell’occupazione globale e nell’efficienza delle imprese, mette in evidenza le criticità per gli occupati, causate dalla precarietà dell’impiego, dalle condizioni lavorative, dalla insufficiente protezione sociale, e così via.

Il numero delle piattaforme digitali in dieci anni si è quintuplicato: nei Paesi del G20, esse sono passate da 128 a 611, il 79% del totale mondiale. Al primo posto si collocano gli USA (37%), seguiti da UE (22%), India (10%), Regno Unito (6%). Quanto ai settori interessati, 281 piattaforme si collocano nel delivery, 251 sono web-based, 76 riguardano il servizio taxi. Risulta però difficile stimare il numero dei platform workers a causa della scarsità di dati disponibili.

I ricavi generati dalle piattaforme sono stimati a 460 miliardi di dollari, concentrati nei Paesi del G20, con la prevalenza di USA (25 miliardi, il 54%) e Cina (12 miliardi, il 25%).

Il Pew Research Centre, specializzato in sondaggi e ricerche demografiche, ha pubblicato a dicembre 2021 un sondaggio, effettuato nell’agosto dello stesso anno su più di 10.000 persone, secondo il quale nell’anno precedente il 16% della popolazione statunitense ha lavorato per una piattaforma online, come autista per mezzo di un’app tipo Uber,  o per la consegna di generi alimentari, articoli per la casa, pasti preparati da un ristorante e pacchi, o anche in compiti o commissioni per conto di qualcuno. Un terzo dei platform workers aveva un’età compresa tra i 18 e i 29 anni, con una prevalenza degli ispanici e una quota minoritaria degli adulti bianchi (12%). Per il 31% di loro questo era il lavoro principale.

La maggioranza di loro ha riconosciuto che le aziende si sono comportate equamente nell’assegnazione e nella retribuzione del lavoro. Quasi la metà ha però criticato la gestione dei benefits, a dimostrazione che restano problematici aspetti come la disoccupazione, l’assistenza sanitaria e il congedo retribuito.

Particolarmente critica anche negli USA appare la questione degli algoritmi che regolano la platform economy. Un articolo di settembre 2021 della Harvard Business Review sottolinea lo scarso potere contrattuale dei lavoratori di fronte agli algoritmi di funzionamento delle piattaforme.

taxi in un quartiere cittadino
licenza Pixabay

Perciò tassisti, musicisti, creatori di contenuti e altri lavoratori della platform economy hanno cominciato a coordinarsi tra loro attraverso i social media o i forum online, “sfidando” la logica degli algoritmi e sfruttando il potere ottenuto su pubblico e clienti.

Noi di HR-Assistant…

Noi di HR-Assistant siamo pronti, nella nostra piattaforma di gestione del personale, a raccogliere ogni sfida che le nuove modalità di lavoro possano presentare negli anni a venire: secondo noi, però, al centro ci sono sempre i lavoratori, che devono ottenere il rispetto dei loro diritti e della loro professionalità.

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